Il paradosso Tymoshenko


La leader dell’opposizione ucraina e figura di spicco della Rivoluzione Arancione del 2004, Yulia Tymoshenko, è stata condannata a sette anni di carcere (e tre anni di interdizione dai pubblici uffici) per il reato di abuso di ufficio l’11 ottobre 2011.

L’anno precedente era stato eletto l’attuale presidente, Viktor Yanukovich e in molti, sia in Ucraina che all’estero, avevano visto nella condanna della Tymoshenko l’ennesimo esempio di giustizia selettiva che in precedenza aveva portato all’arresto, tra gli altri, dell’ex ministro degli interni Yuryi Lutsenko, scarcerato il 9 aprile in virtù della grazia ricevuta proprio dal presidente Yanukovich. Ma non si tratta solo di affari interni all’Ucraina.

Il bluff della UE

Il 25 febbraio 2013 si è tenuto a Bruxelles il rituale incontro al vertice tra Ucraina e Unione Europea per discutere dei futuri sviluppi della cooperazione economica.

Entrambe le parti hanno riconosciuto che tutti i requisiti tecnici ed economici per la firma di un accordo di associazione, che porterebbe con sé la creazione di un’area economica di libero scambio, sono stati raggiunti, ma che dal punto di vista politico non tutti i capitoli potevano dirsi conclusi. La UE pone infatti con tutti i propri partner, come condizione per la cooperazione economica, il soddisfacimento di alcuni criteri come il rispetto dei diritti umani e la democraticità delle istituzioni. Ciò vale anche per l’Ucraina. Il Presidente della Commissione Europea, José Barroso, è sceso nel dettaglio affermando di attendere nel breve periodo:

azioni concrete nelle tre aree chiave delineate nel comunicato congiunto: cambiamenti nella legge elettorale; riforme complessive in ambito politico ed economico e la soluzione della questione relativa alla giustizia selettiva.

Al governo ucraino si richiedeva che tali misure, valutate a Bruxelles come “gesti di buona volontà”, si concretizzassero entro metà maggio 2013, pena il rifiuto europeo di siglare l’accordo di associazione in occasione dell’Eurosummit che si terrà a Vilnius nel novembre 2013.

Questo termine era stato fissato poichè il 15 maggio 2013 era prevista l’approvazione, da parte della Commissione stessa, di alcuni atti considerati necessari per l’accordo di associazione con l’Ucraina.

Nonostante questa netta presa di posizione di Bruxelles, l’unica misura concreta adottata dall’esecutivo ucraino in questi tre campi è stata la scarcerazione dell’ex ministro degli interni Lutsenko, interpretata positivamente, ma considerata un gesto insufficiente. La Commissione ha ritenuto di soprassedere a queste carenze e di approvare tali atti.

Dal punto di vista tecnico non si registra niente di anormale – dal momento che essi non sono altro che la risposta ad alcuni problemi tecnici legati a una faccenda complessa come l’instaurazione di un regime di libero scambio. Dal punto di vista politico la UE si è mostrata nuovamente incapace di dare alle parole concreta attuazione.

Le posizioni in gioco

Pochi giorni dopo la scadenza di questo ultimatum, è infatti giunto il contrordine: il ministro degli esteri lituano, prossimo ad assumere la presidenza a rotazione del Consiglio, Linas Linkevicius, ha infatti affermato che Kiev disporrà ancora di tutti i sei mesi fino a novembre 2013 per adottare le misure invocate da Barroso.

Questa presa di posizione fa emergere l’unica cosa chiara riguardo le intenzioni della UE sull’accordo di associazione con l’Ucraina: gli Stati membri sono clamorosamente divisi.

Il punto su cui le cancellerie europee non riescono ad accordarsi è se la detenzione di un individuo, vale a dire di Yulia Tymoshenko, possa o meno costituire un impedimento per la firma del trattato di associazione. La posizione di Berlino (condivisa a Parigi) è piuttosto chiara: o il governo ucraino pone fine alla persecuzione giudiziaria della Tymoshenko, o può scordarsi l’accordo. D’altro canto, paesi come il Regno Unito, ma soprattutto Estonia, Polonia e Lituania sono convinti che il caso Tymoshenko non possa pregiudicare lo sviluppo di un paese che conta quasi 46 milioni di abitanti.

Il paradosso Tymoshenko

Se si allarga l’orizzonte della questione fino a comprendere la Russia tra gli attori in gioco, l’impressione che se ne ricava è che il caso Tymoshenko stia assumendo sempre più i contorni di un paradosso. La libertà della Tymoshenko, fino ad oggi definita come la paladina degli ucraini pro-europei e anti-russi, è invocata come condizione minima da quei paesi, Germania e Francia, che al momento insieme all’Italia sono i migliori alleati della Russia nella UE. Il fronte di chi scaricherebbe la Tymoshenko è invece composto da quei paesi che, per motivazioni differenti, si sono spesso trovati in contrasto con Mosca.

Questo paradosso potrebbe tuttavia trovare una spiegazione proprio nelle posizioni dei governi di questi paesi rispetto alla Russia e nel fatto che da più parti si considera il vertice di Vilnius come l’ultima vera chance per Kiev per agganciarsi al treno europeo e per lasciarsi decisamente alle spalle il passato di protesi europea della Russia.

La fretta dei paesi baltici e centro-europei di concludere l’accordo con l’Ucraina ha infatti il chiaro scopo di evitare che in futuro le scelte di Kiev possano essere influenzate da Mosca, Il presidente russo, Vladimir Putin, ha da tempo proposto a Yanukovich di accedere all’unione doganale di cui già fanno parte Bielorussia e Kazakistan, oltre alla stessa Russia, con la promessa di garantire a Kiev un ulteriore sconto sul salatissimo prezzo del gas naturale russo. La proposta è allettante per un governo in crisi di consensi e che vedrebbe nella riduzione del prezzo del gas un’ottima arma per la prossima campagna elettorale. Un eventuale ingresso di Kiev in questo blocco economico permetterebbe a Mosca di esercitare un’influenza maggiore sulle decisioni prese in Ucraina, e precluderebbe la più stretta cooperazione economica tra quest’ultima e l’Unione Europea. Ecco perchè a Tallin, Vilnius e Varsavia si spinge sull’acceleratore.

La posizione tedesca è invece più ambigua e di difficile interpretazione. La storia insegna che tedeschi e nazionalisti ucraini hanno più volte stretto alleanze contro il comune nemico moscovita. Ciò può forse permettere di comprendere i motivi per cui il governo tedesco ha organizzato svariate manifestazioni pro-Tymoshenko e anti-Yanukovich (per esempio, la proiezione del film “The other Chelsea” organizzate dalle rappresentanze tedesche in diversi paesi; oppure la campagna di boicottaggio degli europei 2012 lanciata proprio da Angela Merkel; o ancora, il fallimento del vertice di Yalta, sempre nel 2012). Tuttavia è un dato di fatto che l’intransigente posizione tedesca sulla liberazione della Tymoshenko stia giocando a favore della Russia, paese con cui la Germania intrattiene da diversi anni una proficua partnership economica. Tenendo in considerazione la qualità della politica estera tedesca – decisamente business oriented – non si può escudere che Berlino intenda porre uno stop a Kiev per non alterare i propri rapporti con Mosca. Non è un mistero che Mosca tema di perdere Kiev a vantaggio di europei e americani, un’eventualità che si concretizzerebbe qualora Kiev diventasse uno special partner dell’Unione Europea. Così come non è un mistero che Gazprom, il gigante russo del gas, sia fortemente interessata a diventare azionista di maggioranza di una società responsabile per la gestione dei gasdotti ucraini. Rendere “sicura” la tratta ucraina del gas permetterebbe a Gazprom di risparmiare le decine di miliardi di dollari di investimenti necessarie per realizzare il gasdotto South Stream. Un eventuale nein tedesco durante il summit di Vilnius porterebbe Kiev a prendere in maggiore considerazione la proposta russa di entrare nel club di cui già fanno parte Bielorussia e Kazakistan.

La strategia tedesca

A nostro avviso, quella che appare come la spiegazione più plausibile a questa netta intransigenza tedesca, che giustificherebbe anche la citata campagna anti-Yanukovich, potrebbe in realtà essere l’ostilità di Berlino per l’attuale governo ucraino, dimostratosi finora non intenzionato ad adottare reali aperture in campo politico-economico. Nelle negoziazioni tenute sinora, l’esecutivo ucraino si è mostrato molto ambiguo: Kiev sulla carta ha preso molti impegni, ma i risultati concreti sono finora stati limitati. Anche per questo motivo Angela Merkel sarebbe restia a concedere una vittoria diplomatica di questa portata – l’accordo di associazione, largamente rivendibile all’opinione pubblica interna, in cambio di niente – a un governo così poco disponibile al confronto, che finora ha offerto in cambio della partnership (che significa investimenti e accesso facilitato ai mercati europei, anche finanziari) soltanto la promessa di non tornare sotto la gelosa influenza di Mosca.

Se così fosse, la strategia tedesca punterebbe sull’isolamento dell’Ucraina trai due blocchi economici tra cui essa pende, Unione doganale russa e Unione Europea. La scommessa di Berlino potrebbe considerare il fatto che parte degli oligarchi che sostengono il presidente Yanukovich temono l’oligarchia russa forse ancora più delle riforme e della stessa Tymoshenko. Un timore non dettato dalle maggiori o minori capacità economiche, ma dall’assertività della politica estera di Mosca nella regione. Berlino confiderebbe dunque in questo timore per far stare Kiev alla larga dall’Unione doganale russa nell’attesa che le elezioni presidenziali ucraine del 2015 diano risultati più favorevoli alle forze anti-Yanukovich.

Da questa incerta posizione europea è lecito attendersi risultati imprevedibili.

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