La guerra alla tubercolosi in Ucraina – Parte I

Tra gli eroi nazionali ucraini, ricordati con parchi, statue e piazze in tutto il paese, due hanno particolare importanza per il ruolo centrale che hanno avuto nella costruzione dell’identità nazionale: Ivan Franko e Lesya Ukrainka. Entrambi scrittori-patrioti, furono accomunati nel destino non soltanto dagli scopi della loro vita, ma anche dalla morte: la tubercolosi li consumò fino alla fine nei primi anni del 1900, nel pieno della lotta per l’indipendenza del popolo ucraino.

Non potevano sapere che la rinascita di uno stato ucraino separato dalla Russia avrebbe comportato nel paese anche una nuova diffusione del morbo che per anni li aveva tormentati.

L’evidenza dalle cifre

47.000 pazienti in cura, 109 nuovi casi e 22 morti al giorno. Questo il quadro fornito dall’Organizzazione mondiale per la sanità (OMS) della guerra che in Ucraina si combatte quotidianamente con la tubercolosi. Una situazione che, dati alla mano, si è aggravata notevolmente nei primi anni ’90 fino a raggiungere il picco di diffusione e di nuovi casi registrati a metà degli anni 2000.

Così, quando gli chiedo perché in Ucraina i numeri abbiano subito questa evoluzione – opposta a quella registrata nel resto d’Europa – Yuryj Pokaljukhin, direttore del dispensario antitubercolosi di Kirovograd, fumosa città industriale nel mezzo del paese, non ha difficoltá a rispondere: “dopo il crollo dell’Unione Sovietica per molti è diventato più difficile non soltanto l’accesso ai farmaci, ma anche semplicemente nutrirsi”.

Nel momento in cui l’Ucraina nasce dal big-bang dell’Unione Sovietica, la previdenza sociale del paese è già collassata: sono in molti a ritrovarsi senza lavoro, reddito e assistenza sanitaria. Pokaljukhin considera questo il motivo per cui, nel 1995, l’Organizzazione mondiale per la sanità è costretta a constatare nel paese la presenza di un’epidemia di tubercolosi, con almeno 500.000 malati e più di 5.000 individui affetti dalla forma attiva e contagiosa del morbo.

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 Cittadini ucraini votano al referendum per la secessione dall’Unione Sovietica alla neonata ambasciata ucraina a Mosca, era il 1 dicembre 1991; foto di Boris Yurchenko, AP Photo

Ai tempi, quello del mancato accesso alle cure non era l’unico problema: “il bacillo prende il sopravvento su organismi più deboli perché meno nutriti”, mi spiega il medico. La malnutrizione favorisce un abbassamento delle difese dell’organismo e rende più facile il contagio.

Ma c’è di più. Quando della complicata impalcatura sovietica crolla anche l’organizzazione della società, la lotta al contagio perde altri preziosi alleati. La stabilità e l’ordine sociale sovietici garantivano infatti un accesso rapido ed efficace alle cure, anche per chi le rifiutava a causa dei gravi scompensi che esse procurano all’organismo. Infatti, Kostantin Bordyug, primario presso il dispensario di Dnipropetrovsk e recentemente insignito del titolo di “Miglior medico d’Ucraina del 2012”, mi spiega che la tubercolosi viene curata con la frequente somministrazione di potenti dosi di antibiotici, aggiungendo che “ai tempi dell’Unione Sovietica, tutti avevano un posto di lavoro… chi non voleva lavorare andava in carcere“. In altre parole, chi intendeva curarsi, al termine della giornata di lavoro, poteva recarsi al dispensario per ottenere la propria dose di antibiotico e col tempo guarire. Chi rifiutava le cure pur essendo nelle condizioni di contagiare altre persone era incarcerato e veniva sottoposto a un trattamento coatto, “così come avviene al giorno d’oggi negli Stati Uniti”, continua il medico.

A rendere clamorosa la differenza basta un dato: al giorno d’oggi in Ucraina la disoccupazione è, secondo i dati ufficiali, attorno al 20%, col risultato che, sempre secondo Bordyug,”in molti fanno lavori saltuari in parti diverse del paese, ovunque vengano chiamati” pur di avere un reddito. “Ciò fa sì che da un lato i malati siano meno controllati e dall’altro che essi si trovino in condizioni difficili per accedere alle cure fornite dai dispensari“. In pratica molti si trovano costretti a sospendere il trattamento per guadagnare i soldi necessari ad arrivare a fine mese.

Ma nel trattamento antitubercolosi, la sospensione temporanea delle cure non è priva di conseguenze, come vedremo nella II parte del reportage.

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