Cosa succede in Ucraina?

La protesta a Kiev e in molte città ucraine sta cambiando volto. Le manifestazioni pacifiche contro la mancata firma dell’Accordo di associazione con la UE si stanno trasformando in un movimento che, secondo molti politici ucraini, può essere definito “rivoluzionario”. Il ministro degli interni Zakharchenko (un falco all’interno del governo), secondo molti responsabile della radicalizzazione  degli scontri verificatasi nelle ultime 48 ore, ha addirittura evocato lo scenario tunisino e libico. Ma anche un altro ex ministro degli interni, Yuryj Lutsenko, ha commentato gli eventi degli ultimi giorni sottolineando l’escalation qualitativa dell’azione dei manifestanti che sarebbe passata dallo status di manifestazione a quello di rivoluzione.

Tre a mio avviso i principali punti di interesse:

  1. La protesta, a partire dagli scontri con i reparti di intervento Berkut di venerdì notte e dai generalizzati abusi commessi dalle forze di polizia, ha ormai come obiettivo le dimissioni di governo e presidente.
  2. I manifestanti si sono impadroniti di alcune importanti strutture pubbliche nella capitale e l’opposizione si è ribattezzata “Comitato di resistenza nazionale”.
  3. Al di là dei sostenitori storici del processo di integrazione con la UE (come l’oligarca Petro Poroshenko), il numero di persone influenti che si oppongono pubblicamente alla radicalizzazione degli scontri è sempre maggiore.

Che se ne renda conto o meno, questo livello di violenza gioca contro il governo e il presidente: se gli scontri proseguiranno su questa linea, l’Unione Europea e gli Stati Uniti potrebbero proporre sanzioni di vario tipo verso il paese e gli esponenti del governo, così come successo nel caso della Bielorussia. Misure di questo tipo potrebbero danneggiare la base su cui il potere del presidente si appoggia, vale a dire i potentati economici locali, che potrebbero privarlo del loro sostegno qualora le misure della UE si rivelassero troppo lesive verso i loro interessi economici.

Questo era il riassunto, i coraggiosi possono andare oltre.

Andiamo per ordine:

1.  Nel weekend, circa 40 giornalisti sono stati feriti e decine di manifestanti ricoverati in ospedale in seguito agli scontri con forze di intervento speciale, i Berkut, chiamate appositamente dalla Crimea (una regione orientale e fortemente legata alla Russia).

Personalmente ignoro se il ricorso a questo gruppo di intervento speciale sia da attribuirsi a un particolare addestramento ricevuto (specie dopo la rivoluzione arancione di 9 anni fa) o alla sua provenienza geografica. Il suo intervento sembra comunque essere dovuto alla garanzia che essa non avrebbe solidarizzato coi manifestanti.

In ogni caso, invece di mostrarsi risolutivo per il governo, lo sgombro violento della piazza centrale di Kiev nella notte tra venerdì e sabato da parte di questo reparto della polizia si è finora rivelato un boomerang.

Infatti a partire da sabato, beneficiando numericamente anche della pausa dal lavoro in ufficio del weekend, le proteste sono aumentate di intensità e hanno richiamato l’attenzione di molti media internazionali, ponendo in una situazione ancora più difficile il presidente Yanukovich, ritenuto dai più responsabile delle violenze. Anche perchè ormai lo scopo della protesta è diventato quello di ottenerne le dimissioni: spontanee o tramite voto parlamentare.

Oggi iniziano i colloqui con gli esponenti dell’opposizione alla Rada (Parlamento). Se è chiaro che Yanukovich non si dimetterà e che il parlamento non ha i numeri per chiederne l’impeachment, ed è altrettanto chiaro che il suo governo non vorrà cedere e firmare l’accordo con la UE, che cosa potrà offrire? Questi colloqui hanno tutta l’aria di una misura atta a prendere tempo e raffreddare, letteralmente, gli animi dei manifestanti. Ma se lo scopo è questo, il presidente dovrà comunque dare qualcosa all’opposizione perché essa si presti a questo gioco.

2. Ieri i manifestanti hanno dato il là a un vero e proprio attacco alle istituzioni. Prima assediando la sede dell’amministrazione presidenziale in Via Bankova. In seguito prendendo effettivamente il controllo del palazzo della municipalità di Kiev e del palazzo dei sindacati, dove intende stabilire il quartier generale delle proprie attività e il coordinamento delle proteste. La storia insegna che i colpi di stato – o i tentativi – iniziano in questo modo. La situazione può degenerare, anche perché questo lato oltranzista della protesta è guidato da un partito, Svoboda, su cui sembra difficile fare affidamento e sul quale gli appelli a non alzare il livello di violenza – onde anche evitare l’invocazione da parte del presidente dello stato di emergenza nazionale, possibilità che è già stata ventilata – non sembrano sortire grande effetto.

3. Un numero crescente di uomini più o meno vicini al presidente cominciano a defilarsi, dissociandosi dal tenore inaccettabile degli scontri. Già 4 i deputati del Partito delle Regioni (quello di Premier e Presidente) che hanno lasciato il partito e il gruppo parlamentare. Prima, secondo i media, a dimettersi era stato il capo dell’amministrazione presidenziale, ma oggi è giunta la smentita. In seguito, si sono iscritti a questa lista anche alcuni membri dell’ufficio stampa del figlio del presidente Yanukovich, i cui interessi economici sarebbero alla base della scelta del padre di non firmare l’Accordo di associazione con la UE. Da ieri inoltre, il provider internet Volja ha deciso di lasciare libero accesso internet ai manifestanti affinchè possano mettersi in contatto coi famigliari preoccupati (da sabato mattina sui social network si trovano annunci che invitano a dare informazioni su alcune persone di cui si è presa traccia). Il beau geste di Volja può essere letto anche come un tentativo di aiutare i manifestanti nelle azioni di coordinamento, divenendo implicitamente un atto ostile a governo e presidente.

In questa situazione l’Unione Europea può effettivamente tornare in campo per giocare i supplementari di una partita data per persa. Come? Ponendo pressioni sulla vera base di potere di Yanukovich – i potentati economici locali, che con l’Europa hanno forti legami finanziari ed economici (miliardi di euro in depositi su conti correnti nelle banche cipriote, oltre che copiosi investimenti in molti altri paesi, tra cui l’Italia). 

 

Gli sviluppi sono ancora tutti da seguire. La storia che sembrava essere finita dopo Vilnius potrebbe essere solo all’inizio.

 

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