Rapporto CeSI sulla crisi in Crimea: due osservazioni di merito

In un recente rapporto del C.e.S.I., Marco di Liddo ha compiuto un grande sforzo per spiegare logicamente gli ultimi sviluppi della vicenda ucraina e della Crimea.

Il lavoro è davvero ottimo. Oltre a un eccellente ricostruzione degli eventi – difficile da fare a pochi giorni di distanza dagli stessi, anche a causa del marasma mediatico che circonda la penisola crimeana, offre informazioni chiare  e sintetiche. Tra i tanti spunti interessanti, ho apprezzato in particolar modo quello sul ruolo di Putin difensore del “legittimismo” a livello mondiale. Una riflessione interessante, soprattutto in prospettiva storica.

Questo post però non è una recensione del lavoro di di Liddo.

Il mio scopo è piuttosto quello di mettere in discussione alcune delle interpretazioni date dall’autore di alcuni eventi. In particolare:

1) Gli eventi di Simferopol e Sevastopol (città principali della penisola crimeana) potrebbero ripetersi a Donetsk, Kharkiv e Odessa.

2) La giustificazione dell’intervento preventivo russo in Crimea, che di Liddo sembra concepire come politicamente legittimo (pg. 6) a causa dell’ascesa di gruppi ultra-nazionalisti e della minaccia che essi rappresentano per le comunità russofone nel paese.

Cominciamo subito.

1) Gli eventi di Simferopol e Sevastopol (città principali della penisola crimeana) potrebbero ripetersi a Donetsk, Kharkiv e Odessa.

Io non credo che questo sia plausibile se non si contempla l’ipotesi di vere e proprie invasioni terrestri da parte russa.

Alcuni aspetti cruciali che hanno favorito l’intervento russo in Crimea si configurano in maniera sostanzialmente diversa in queste città.

In primo luogo, esse, a differenza di Sevastopol, non ospitano militari russi. Le forze di sicurezza fedeli a Kiev in queste aree sembrano infatti essere in grado di mantenere l’ordine, nonostante la consistenza delle frange filo-russe, impegnate nei giorni scorsi in scontri per il controllo dei palazzi governativi. Per Mosca sarebbe più difficile introdurre forze proprie in numero significativo.

Bisogna altresì considerare che la demografia è molto diversa rispetto a quella prevalente in Crimea. Se il 58% degli abitanti della Crimea si riconoscono come etnicamente russi, questo è vero solo per il 30% degli abitanti della regione di Donetsk, meno ancora nelle aree di Odessa o Kharkiv. Il resto della popolazione in queste aree si riconosce infatti come ucraino. L’esito di un eventuale referendum simile a quello proposto agli abitanti della Crimea sarebbe di conseguenza molto più incerto. La maggior parte degli abitanti di queste regioni sembra infatti interessata al mantenimento o all’ampliamento dell’autonomia da Kiev, non all’idea entrare a far parte della Federazione Russa.

Pertanto, se anche i russi decidessero di invadere queste regioni  e riuscissero a conquistarle manu militari, si troverebbero a governare aree abitate da maggioranze non interessate a far parte della Federazione Russa. Se, consapevole di ciò, il Cremlino decidesse di non far tenere referendum, si troverebbe in mezzo a un corto circuito logico per cui i crimeani avrebbero diritto di esprimere la propria “autodeterminazione nazionale”, mentre gli ucraini orientali no.

2) La giustificazione dell’intervento preventivo russo in Crimea, che di Liddo sembra concepire come politicamente legittimo (pg. 6) a causa dell’ascesa di gruppi ultra-nazionalisti e della minaccia che essi rappresentano per le comunità russofone nel paese. Purtroppo non ho la dimestichezza col diritto internazionale che ha l’autore. Da quello che ricordo però, l’intervento preventivo dovrebbe avere giustificazioni fondate, come il pericolo per i cittadini russi. Queste sembrano mancare al Cremlino.

Infatti la giustificazione dell’intervento sarebbe data da un lato dall’ascesa di gruppi ultranazionalisti, dichiaratamente antirussi, a importanti posizioni di governo; dall’altro, dalla minaccia che questi gruppi porterebbero alle comunità russofone del paese. Prova ne sarebbe l’adozione da parte del nuovo governo, a due giorni dalla presa del potere, della legge che modifica la legislazione nazionale. La legge approvata dal parlamento ucraino (non ancora entrata in vigore per il veto del presidente Turchinov) modifica l’autonomia linguistica a livello regionale e impedisce a una lingua parlata da più del 10% della popolazione di una regione di diventare seconda lingua ufficiale in quella stessa regione. Tale modifica alla legislazione impedirebbe di fatto ai russofoni di usare la propria lingua madre per svolgere funzioni ufficiali.

Ma al di là di questa misura normativa (sulla cui inopportunità politica mi sono già espresso) a quali minacce fisiche sono sottoposti i russofoni? Sinora nelle cronache giornalistiche non ho sentito di violenze dirette esplicitamente ai “russofoni”. Né tantomeno di minacce rivolte a russofoni in quanto tali. Le violenze perpetrate da gruppi di estrema destra, nazionalisti e “antirussi”, come Pravy Sektor sono state rivolte alle forze dell’ordine che difendevano il deposto esecutivo, non ai comuni cittadini. In tutta franchezza non sembra essere messa in pericolo la sicurezza di alcun russofono.

Se la sicurezza fisica dei russofoni dunque non è messa in discussione, in pericolo rimane l’autonomia culturale e linguistica dei russofoni in Ucraina, aspetto della vita politica ucraina in cui la Russia non ha alcun diritto di interferenza, a maggior ragione se si considera il pugno duro usato dallo stesso Putin nel Caucaso settentrionale per reprimere movimenti autonomisti e indipendentisti.

Advertisements