La crisi del Donbass vista da vicino

Mi trovo ormai da tre settimane a Donetsk.

Quello che segue è il tentativo di dare un senso a quanto sta succedendo in città e nell’area circostante, partendo dalle impressioni ricevute parlando con la gente del posto, ascoltando conversazioni sui pullman, seguendo la cronaca degli eventi tramite radio e giornali – locali, russi e occidentali – sommate alle mie precedenti esperienze di Ucraina.​

Cominciamo.

L’impressione che si ha dal basso in merito alla crisi nel Donbass, lontano dai tavoli dove si studiano mappe e confini, è che la gente sia preoccupata più che di un’invasione russa (che, a titolo di cronaca, in pochissimi desiderano) dall’incapacità di garantire l’ordine pubblico da parte delle forze armate, regolari o meno che siano. È di fatto scomparso il monopolio della forza. La polizia sembra in balia dei dimostranti. E questi ultimi ancora non si sono assunti responsabilità in merito all’ordine pubblico.

Come ha detto il presidente ucraino Turchinov l’altro ieri (30 aprile), Kiev ha infatti perso il controllo su questa parte del paese. Le forze di polizia locali hanno semplicemente smesso di rispondere agli ordini provenienti dai superiori nella capitale.

Sotto certi aspetti è anche difficile biasimarli: la polizia non ha un esercito che possa giungere in soccorso nel caso in cui i ribelli prendessero completamente il sopravvento, cosa che peraltro sta già succedendo.

Il risultato di ciò è divenuto particolarmente evidente Martedì (29 Aprile), quando diverse decine di anti-governativi hanno attaccato una manifestazione pacifica dei filo-Kiev. La polizia, pur presente in numero non irrilevante, ha ritenuto meglio non intervenire in favore dei manifestanti pacifici.

Come mi ha detto un amico giornalista che ha visto gli scontri da vicino, l’azione più ostile ai secessionisti compiuta dal capo della polizia locale è stata di farsi ridare gli scudi che essi avevano sottratto ai suoi uomini, una volta finito di massacrare di botte i loro oppositori.

Questo è solo un esempio dell’impunità di cui sembrano godere i secessionisti per le loro azioni.

Un esempio confermato dai fatti di ieri, quando alcune decine di manifestanti, dopo aver lasciato il raduno organizzato per celebrare il 1 maggio, si sono diretti verso l’ufficio della procura regionale. Hanno affrontato, per la prima volta da un po’ di tempo, una resistenza (benchè minima) da parte delle forze di polizia. Tuttavia esse, una volta vistesi sovrastate numericamente e minacciate da molotov e armi da fuoco, hanno ceduto armi e scudi e si sono arrese, lasciando alla folla il palazzo.

Il timore diffuso tra la gente è che questa impunità li porti a fare un salto di qualità, trasformando la protesta in qualcosa di peggiore.

L’altro ieri per esempio, un gruppo di 30 uomini, di cui almeno 5 con armi da fuoco, ha portato a termine una rapina in banca, prendendo anche alcuni ostaggi per diversi minuti.

La polizia ha reagito arrestando 7 dei partecipanti. Mentre solo qualche giorno prima, in pieno centro, un’altra rapina ai danni di un cambia valute aveva portato alla morte di una donna incinta.

Non conosco le statistiche sulla criminalità comune di Donetsk, ma due rapine a mano armata, in pieno centro, nell’arco di pochi giorni mi sembrano un buon indizio su come la situazione potrà evolvere. La polizia sulle strade non si vede, mentre i ceffi armati di bastoni e mazze che circolano per il centro sembrano molto sicuri di sè. Chi li frenerà dal compiere atti di violenza comune?

Anche considerando le rapine come parte dell’ordine delle cose, è impossibile non constatare che nelle varie città occupate si sono formate vere e proprie bande armate. Un ulteriore segnale di allarme è che esse solo da poco hanno cominciato a cooperare. 

Esse, almeno inizialmente, si sono armate per affrontare eventuali azioni repressive da parte del governo centrale. Se è vero che la maggior parte di questi manifestanti ha solo spranghe, mazze e bastoni, gli eventi più recenti potrebbero confermare che una minoranza in crescita sembra dotata di pistole e armi automatiche.

È difficile sapere da dove queste armi provengano, se da oltre confine o se dalle caserme conquistate nelle scorse settimane. Non mi riesce difficile immaginare, conoscendo i precedenti storici, che stia creandosi un vero e proprio mercato nero delle armi, con la città di Slovjansk al centro di questi traffici (in queste ore peraltro sotto attacco delle forze regolari ucraine).

Fatto sta che nessuno sembra davvero controllare questi gruppi armati. Quando Putin dice che non ha influenza diretta sui secessionisti dice una cosa molto meno lontana dal vero di quanto i giornali occidentali affermino.

Ma, ripeto, questa è lungi dall’essere una considerazione positiva per la risoluzione pacifica del conflitto.

Infatti la mancanza di coordinamento tra questi gruppi potrebbe sì aiutare le forze regolari a riportare l’ordine, ma l’assenza di un’autorità al di sopra di questi gruppi ne aumenta l’imprevedibilità e la pericolosità.

Molti rapporti, non solo russi, raccontano che i protagonisti di questa rivolta sarebbero i locali, gli abitanti delle stesse città occupate.

L’amore per la madre Russia potrebbe a conti fatti essere per alcuni di questi individui solo un pretesto per tentare una veloce scalata sociale, non molto dissimile da quella che gli attuali oligarchi ucraini hanno compiuto nei primissimi anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Instaurare un nuovo ordine sul territorio, in cui le gerarchie di potere createsi nelle scorse settimane si consolidino per rimanere tali anche in futuro, in un’indipendente e non riconosciuta internazionalmente Repubblica Popolare del Donbass. Ecco quale potrebbe essere la loro idea.

In altre parole, una replica del modello Transnistria (più che di quello Abkhazia/Ossezia meridionale).

Per questo motivo, sono convinto che non ci sarà una vera e propria guerra tra Russia e Ucraina.

La mia idea è che sia più nell’interesse di questi gruppi di evitare un’annessione alla Russia, perchè Mosca, ad annessione compiuta, cercherebbe di ristabilire un suo ordine nella regione. Viceversa, rimanendo indipendenti dal Cremlino, le nuove elite locali che si stanno formando godrebbero di una maggiore autonomia.

Mosca del resto, più che all’annessione, punta a destabilizzare e indebolire l’Ucraina nel medio-lungo periodo.

Così si giustifica l’interesse a creare una situazione di instabilità permanente in quest’area del paese, che le permetterebbe di lasciare il resto dell’Ucraina economicamente e politicamente a pezzi e le attuali forze governative a Kiev profondamente delegittimate, senza pagare gli alti costi derivanti dall’annessione (sussidi per l’industria locale in crisi; costi politici internazionali; inasprimento delle sanzioni; e altri costi che a Mosca stanno già pagando per la meno importante Crimea).

In effetti, stando anche a quanto riportano oggi i giornali, Putin avrebbe chiesto alla Merkel di intercedere a Kiev per un ritiro delle truppe ucraine da queste regioni.

In altre parole, la richiesta del Cremlino è di lasciare che i gruppi indipendentisti prendano il controllo effettivo delle regioni in vista del referendum che essi intendono realizzare l’11 maggio.

Il referendum non prevede nessuna richiesta di annessione alla Russia, a differenza di quello crimeano del 16 marzo.
Il quesito ha come oggetto invece l’indipendenza della Repubblica Popolare di Donetsk, autoproclamata a inizio aprile.

Dal governo della Repubblica Popolare di Donetsk promettono che sarà possibile votare in tutti i luoghi dove si vota solitamente.

Se le forze fedeli a Kiev rimarranno sul territorio, come si comporteranno in questo caso?

La domanda non ha ancora risposta, visto che al momento, nonostante l’umiliazione subita ieri, Kiev sta rispondendo a nord di Donetsk, tentando di risolvere l’occupazione di Slovjansk con un blitz delle forze speciali (a mio avviso confermando indirettamente che gli osservatori OSCE sequestrati erano realmente osservatori militari, come sostenuto dai loro sequestratori, inviati sotto la copertura OSCE per ottenere maggiori informazioni sulle forze dei separatisti asserragliati a Slovjansk).

Advertisements