L’errore di Putin: la scommessa su Yanukovich

Ieri ho avuto un interessante scambio di vedute su Facebook con Marco Di Liddo, amico ed ex compagno di studi a Gorizia, attualmente analista di politica estera e difesa presso il CESI. Riporto di sotto un riassunto dei primi scambi di idee e poi la mia risposta alle sue osservazioni.

La questione sostanzialmente è:

Al di là delle considerazioni personali su Putin e la situazione creatasi in Ucraina, le responsabilità nell’emergere dell’attuale crisi sono imputabili soltanto alla politica di allargamento della NATO in Europa Orientale, o ci sono stati errori da parte del Cremlino nella conduzione della propria politica verso Kiev?

La mia posizione è che la Russia abbia commesso diversi errori, tra cui spicca quello di non aver scelto un rappresentante migliore di Yanukovich, rivelatosi un leader incapace sotto tutti i punti di vista. Il numero di errori politici del presidente e la pessima performance degli uomini da lui posti in ruoli chiave (spesso solo perché a lui fedeli) sono all’origine della conclusione disastrosa del suo mandato presidenziale.

Per questo ritengo che sarebbe stato molto meno oneroso per la Russia cercare con il gruppo di oligarchi di Donetsk, che finanziava e sosteneva Yanukovich, un compromesso su un nome più affidabile e capace. Questo l’errore all’origine della montagna di perdite economiche che la Russia dovrà sostenere nei prossimi anni dal deterioramento dei rapporti con i suoi “partner occidentali”, oltre all’avvicinamento dell’Ucraina alla NATO e un sensibile riallineamento tra Bruxelles (Berlino) e Washington.

Concludevo il mio commento sostenendo che a conti fatti, la politica estera russa in Ucraina è stata sostanzialmente un disastro.

Marco Di Liddo risponde con queste argomentazioni:

1) La Russia ha influenza limitata negli affari ucraini, specie in quelli che riguardano gli oligarchi. Non avrebbe pertanto avuto la forza di imporre un proprio uomo come presidente.

2) L’escalation militare, causa ultima delle sanzioni del blocco atlantico verso Mosca, sarebbe stata l’unica possibile risposta russa al “bluff sul piano del 21 febbraio […] [che] ha colto di sorpresa i russi”, data la tradizionale scarsa flessibilità della politica estera russa nel reagire a situazioni impreviste. Il passaggio da un regime sostenuto da Mosca a uno filo-occidentale avrebbe, agli occhi dei russi, avuto come conseguenza un inesorabile avvicinamento tra occidentali e Kiev.

3) Il riavvicinamento USA-UE provocato dalla crisi in Ucraina è temporaneo, dal momento che gli stessi europei non riescono a trovare una posizione comune sull’approccio da mantenere con Mosca e che gli interessi di paesi come la Germania li spingeranno nuovamente a cercare una riduzione della tensione con la Russia, valutando troppo oneroso sostenere l’Ucraina.

 

1) Sul primo punto si può obiettare. Se è vero che gli oligarchi russi temono e hanno sempre cercato di tenere lontani gli oligarchi russi, è altrettanto vero che la Russia ha infatti forte leve di pressione sugli oligarchi – specie sui due principali finanziatori di Yanukovich, vale a dire Firtash e Akhmetov. Il primo si è cospicuamente arricchito negli anni di presidenza Yanukovich grazie alla compravendita di gas russo, offertogli da Gazprom a un prezzo di favore. Il secondo vedeva invece buona parte delle commesse per i suoi impianti siderurgici e minerari provenire proprio dalla Russia.

In altre parole: le armi di pressioni a Putin non sarebbero mancate. A mio avviso, è mancata la volontà di agire e forse la capacità di leggere la situazione nella sua interezza.

 

2) Sul secondo punto non credo di poter aggiungere molto, Marco ha ragione: al momento della fuga di Yanukovich, il tavolo si era ribaltato e la posizione russa nel paese fortemente compromessa. L’unico modo per evitare che l’Ucraina scivolasse nella sfera d’influenza occidentale era quello di ottenere con un intervento militare delle garanzie di neutralità da Kiev. Garanzie che, allo stato attuale, può garantire soltanto la federalizzazione dell’Ucraina.

Questo è il motivo sostanziale per cui considero la politica estera russa in Ucraina disastrosa. In quest’ottica, il fallimento nell’assicurarsi un governo amico ha costretto i russi a intervenire militarmente, causando le sanzioni. In altri termini, garantire i confini occidentali russi ha dei costi stimati di alcune centinaia di miliardi di dollari.

 

3) Anche su questo punto sono sostanzialmente d’accordo. Se le leggi della geopolitica sono vere, gli interessi economici degli stati più importanti della UE, Germania e Italia in testa, dovrebbero portare gli europei a un riavvicinamento a Mosca. Una posizione che peraltro trova conferma nella nomina di Federica Mogherini a Lady PESC, vale a dire la figura che prepara gli ordini del giorno e le proposte di dichiarazione/risoluzione del consiglio UE.

Ulteriore conferma si trova nel fatto che, recentemente, sia il ministro degli esteri, sia la stessa cancelliera tedesca si sono rivolti agli ucraini e alla comunità internazionale sostenendo la necessità di creare un’Ucraina federale (che, ripeto, è la richiesta avanzata dai russi a tutti i tavoli negoziali ed appare come l’unica vera garanzia di neutralità del paese).

Tuttavia ho il timore che esista una variabile impazzita capace di far saltare gli schemi adottati da Marco nel fare queste previsioni: gli attori in gioco dal lato ucraino sono imprevedibili, irresponsabili e spesso sconsiderati: ne hanno già dato ampia dimostrazione. Le resistenze alla federalizzazione del paese sono enormi tra gli oligarchi, specie in quelli di importanza minore, che vedono in uno stato federale una minaccia esistenziale.

Quello che ne consegue, è che non si può escludere che la crisi in Ucraina possa prendere una piega ancora più drammatica di quella che ha assunto finora, obbligando Germania ed Italia a mettere da parte i propri affari per garantire l’unità della UE e della NATO. 

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