In Ucraina, niente di certo

Se c’è una parola che può descrivere l’attuale situazione ucraina, questa è senza dubbio “incertezza”.

A fine novembre 2013 migliaia di ucraini scesero in piazza per opporsi alla scelta governativa di rinunciare all’Accordo di Associazione con la UE in nome di un più tranquillo mantenimento dello status quo geopolitico ed economico.

Allora nessuno si sarebbe aspettato un’evoluzione tanto estrema degli avvenimenti. A dieci mesi di distanza infatti, il paese si trova parzialmente occupato da truppe sostenute da una potenza straniera, sull’orlo del default finanziario e l’economia reale in condizioni critiche.

In vista delle elezioni parlamentari fissate per il 26 ottobre, alcuni partiti politici stanno avendo gioco facile nel condurre una campagna elettorale basata su azioni violente e illegali. Parzialmente consolante è l’osservazione che, almeno finora, la società ucraina non ha ceduto a tali sentimenti estremistici e anzi, mostra orientamenti elettorali sostanzialmente moderati.

Bisogna comunque chiedersi se questa tendenza si affermerà anche in futuro, alla luce della gravità della condizione economica del paese e dell’impossibilità di rimediarvi nel corso dei prossimi mesi, se non anni.

Sarà estremamente difficile rimediare al disastro economico nel breve termine senza un accordo con la Russia. Mosca, che non sembra aver cambiato atteggiamento nei confronti dei propositi di integrazione di Kiev nelle istituzioni occidentali, ha nel sostegno alle regioni separatiste, nel commercio e nell’energia strumenti di pressione formidabili sia nel lungo che nel breve periodo.

Per capire perché per noi europei sia cruciale un’Ucraina stabilizzata può bastare ricordare il confine di 1400km che condivide con 4 stati membri dell’Unione Europea e il fatto che negli anni in cui l’economia del paese stentava a riprendersi dalla fine dell’Unione Sovietica, l’Ucraina è stata al centro di grandi traffici illegali di armi, droga ed esseri umani.

Le ragioni della nostra preoccupazione trovano fondamento nell’osservazione delle statistiche prodotte dal Servizio Nazionale di Statistica ucraino, sulla cui base sono calcolati i dati presentati nel resto dell’articolo, salvo dove altrimenti specificato.

L’incertezza economica

Da dicembre 2013 a luglio 2014, gli investimenti diretti esteri in Ucraina si sono ridotti del 16%. Di questo ammontare, buona parte dei capitali ritirati proveniva da Cipro, tradizionale paradiso fiscale per i businessmen ucraini. Ciò lascia supporre che anche gli investitori nazionali – teoricamente gli attori meglio informati sullo stato della crisi – abbiano timore di subire perdite nei prossimi mesi.

Se dal rischio di espropri e nazionalizzazioni nessun industriale si sente al riparo, ciò vale soprattutto per quei businessmen che negli anni scorsi si sono spesi per sostenere il deposto presidente Yanukovich e che ora temono di poter diventare oggetto di rivalse da parte dell’altra parte politica. Businessmen che oltretutto spesso avevano nella Russia un importante mercato.

Nei primi 7 mesi del 2014, l’export verso la Russia si è ridotto del 23,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il parallelo aumento dell’export verso la UE – incoraggiato dalla riduzione unilaterale delle tariffe doganali su alcuni prodotti deciso da Bruxelles – non ha compensato queste perdite: il totale dell’export ucraino si è ridotto del 5,3% rispetto ai primi 7 mesi del 2013.

La stagnante situazione economica interna, fluttuazioni valutarie e sanzioni incrociate che scoraggiano l’export, oltre al timore di espropri, nazionalizzazioni o anche solo dei cambiamenti nell’imposizione fiscale, spingono gli industriali a non fare nuovi investimenti in capitale (nel secondo trimestre del 2014, tali investimenti sono stati del 25% inferiori a quelli registrati nello stesso periodo dell’anno precedente).

Anche per questo motivo, la domanda di lavoro è inferiore rispetto agli anni passati, così che il rapporto tra numero di disoccupati e posti vacanti è sensibilmente più alto rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti, come mostra il grafico:

Contrazione domanda di lavoro in Ucraina

La volatilità della situazione economica spinge inoltre i consumatori a risparmiare, dal momento che la fiducia in miglioramenti futuri è molto scarsa. Non a caso i consumi delle famiglie nel secondo trimestre sono in calo del 2,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Diversi istituti finanziari internazionali, danno il PIL ucraino in contrazione del 5% (WB) o del 9% (EBRD) nel 2014.

Parallelamente, l’inflazione per le famiglie è in forte aumento (+13% da dicembre), soprattutto in ambiti chiave come quello degli alimentari (+12%) e delle bollette (+22%).

Su quest’ultimo fattore è innegabile il peso delle scelte imposte dal FMI al governo ucraino (per ottenere una linea di credito da 17 miliardi di dollari Kiev ha dovuto alzare i costi delle bollette del gas) e il confronto con la Russia.

L’incertezza energetica

Le fonti di energia primaria su cui tradizionalmente l’Ucraina ha fatto affidamento sono carbone (soprattutto per la produzione di energia elettrica) e gas naturale (per la produzione di energia termica). Questa dipendenza da due sole fonti, unita a una forte concentrazione delle origini degli approvvigionamenti, sta avendo ripercussioni pesanti sull’economia e sulla vita dei cittadini.

Il conflitto in corso nel Donbass sta mettendo a rischio la produzione e le forniture di carbone con cui si alimentano diverse centrali termoelettriche, che riforniscono di energia elettrica parti non irrilevanti del paese. Questo è quanto emerge anche da una recente intervista concessa da Maksim Timchenko, Direttore Generale di DTEK, principale produttore privato di energia elettrica del paese.

Gazprom – monopolista russo delle esportazioni di gas naturale – alcuni mesi fa ha posto come condizione per proseguire le forniture all’Ucraina una clausola di pagamento anticipato delle consegne e il ripianamento del debito accumulato dalla controparte ucraina negli ultimi anni. Kiev, oltre a non accettare la decisione di Gazprom di aumentare i prezzi per il gas, non ha le risorse per effettuare tali pagamenti. Così il flusso di oro blu proveniente dalla Russia è interrotto dal 16 giugno, nonostante negoziati trilaterali (con la UE nel ruolo di mediatore) iniziati a marzo 2014.

Polonia e Slovacchia per alcune settimane hanno risposto alla politica di Mosca acquistando da Gazprom quantitativi maggiori rispetto al loro fabbisogno, per rivendere le eccedenze a Kiev. Mosca tuttavia non è rimasta a guardare e ha ridotto le forniture a questi paesi senza specificare le ragioni di tale scelta, obbligando Varsavia e Bratislava a una rapida riduzione delle forniture all’Ucraina.

Il risultato è che in pressoché tutto il paese, da ormai diversi mesi, si dispone soltanto di acqua fredda visto che le centrali rionali per il riscaldamento dell’acqua sono a corto di gas. Nella capitale inoltre è stato deciso di posticipare l’accensione dei riscaldamenti centralizzati delle case di circa due settimane.

Ma della crisi energetica ha risentito anche il settore industriale. Abituate da sempre a ricevere elettricità e calore a prezzi politici, le industrie non hanno mai avuto l’esigenza di aumentare la propria efficienza e si trovano al momento, a causa degli aumentati costi dell’energia, a produrre con costi ben al di sopra della concorrenza.

Inutile nascondersi che l’incertezza energetica non potrà trovare risposte adeguate (specie nel breve termine) se non sulla base di accordi con la Russia.

Il Donbass – da cui proviene il carbone – è sotto controllo dei separatisti su cui solo Mosca esercita influenza, mentre Gazprom risponde al suo azionista principale, vale a dire il governo russo.

Del resto Kiev non sembra disporre al momento di reali alternative alla Russia, dato che il carbone per le centrali termoelettriche proviene – per questioni infrastrutturali – unicamente dal Donbass o dalla stessa Russia. Allo stesso tempo le forniture di gas sono pressoché totalmente legate a Mosca.

L’approssimarsi dell’inverno, unito alle scarse riserve nazionali di idrocarburi, costituisce forse uno dei motivi per cui gli ucraini saranno chiamati a votare per la Rada il 26 ottobre e non più tardi. Il freddo e la mancanza di corrente elettrica potrebbe infatti incoraggiare la popolazione ad abbracciare partiti e movimenti estremistici.

L’incertezza politica

Il presidente Poroshenko a fine agosto ha indetto nuove elezioni parlamentari, trovando un forte sostegno presso la popolazione. Il parlamento scaturito dalle elezioni del 2012 non sembrava in grado di dar vita a nuove coalizioni di governo e la Rada non rispecchiava più i sentimenti della società ucraina.

Al di là di queste considerazioni positive, non si può non notare che in una parte rilevante del paese non sarà possibile votare, col risultato che nella prossima Rada non saranno rappresentanti gli abitanti del Donbass e della Crimea.

Altro grave vulnus della scelta del presidente è la mancata riforma del sistema elettorale, accusato a più riprese di favorire i movimenti sostenuti finanziariamente dagli oligarchi.

L’assenza di finanziamento pubblico e di regole sull’accesso ai media dei vari partiti ha fatto sì che gli attivisti del movimento EuroMajdan abbiano preferito farsi iscrivere nelle liste bloccate presentate dai principali partiti istituzionali – che invece sono lautamente foraggiati dagli uomini più ricchi del paese.

Tra questi ultimi, alcuni hanno preferito cominciare a giocare personalmente nella politica nazionale, come Poroshenko o come il governatore della regione di Dnipropetrovsk, Igor Kolomoiskij. Questi in particolare ha investito nella creazione del battaglione Dnepr-1, impegnato nel conflitto nel Donbass, divenuto quasi un suo esercito personale e in campagne di PR, grazie alle quali gode di livelli di popolarità senza precedenti.

Altri influenti businessmen sembrano essere rimasti sostanzialmente spiazzati dalle trasformazioni della politica ucraina avvenute dopo la fine di Yanukovich. Questo il caso soprattutto di Rinat Akhmetov, la cui forza politica di riferimento – il Partito delle Regioni – è scomparsa dai radar, essendo data intorno al 2%. La scommessa di Akhmetov potrebbe comunque essere, come in passato, quella sui 225 seggi distribuiti in base al sistema maggioritario, in cui le risorse finanziarie dei candidati finiscono per contare più della loro immagine pubblica.

Secondo la ricostruzione di Serhii Leschenko, influente giornalista ucraino, pubblicata sull’ultimo numero di New Eastern Europe, un terzo gruppo oligarchico affiderebbe invece la difesa dei propri interessi a “investimenti” diversificati su varie forze politiche del paese. È il caso di Dmytro Firtash e del gruppo a lui vicino, fortemente coinvolti nel business del gas. Questo clan starebbe investendo in relazioni con esponenti di UDAR, partito facente parte del “blocco Poroshenko”, ma anche sul controverso Partito Radicale di Oleh Lyashko (macchiatosi negli scorsi mesi di quelli che Amnesty International ha definito crimini di guerra) e sul “Partito dello sviluppo dell’Ucraina”.

Se il fermento è molto all’interno del sistema dei partiti, la società ucraina, stando ai sondaggi, sembra essere invece orientata a scelte moderate. Secondo un sondaggio condotto dal Istituto internazionale di sociologia di Kiev, il presidente Poroshenko, figura di centro e di compromesso, è il politico più popolare nel paese.

Le proiezioni dell’Istituto internazionale di sociologia di Kiev suggeriscono inoltre che solo sei partiti sono certi di entrare alla Rada, data la prevista altissima frammentazione del voto e la soglia di sbarramento al 5%. Questi fattori dovrebbero garantire al “blocco Poroshenko” una vittoria agile per quanto riguarda il collegio unico proporzionale in cui vengono scelti 225 dei 450 deputati.

A ricercare il consenso degli elettori meno moderati è Pravyj Sektor, il controverso partito di estrema destra emerso agli onori della cronaca per aver guidato la rivolta armata contro il presidente Yanukovich da gennaio 2014. Il partito di Dmytro Yarosh ha recentemente impostato la propria campagna elettorale su aggressioni fisiche a danno di esponenti del Partito delle Regioni dell’ex presidente Yanukovich. Dal punto di vista elettorale, tali azioni non sembrano suscitare l’entusiasmo degli ucraini e il consenso di cui godrebbe il partito sarebbe intorno all’1,8%.

Di diverso peso il sostegno di cui godrebbe il Partito Radicale di Oleh Lyashko, che è al momento dato nelle proiezioni come il secondo partito (al 10,4%), ma le cui posizioni estremiste in senso anti-russo rischiano di escluderlo dalla formazione di un nuovo governo, che con Mosca dovrà in ogni caso negoziare.

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